Qui è il fascino del vino: nella sua vitalità irrazionale e sempre mutevole, non troppo diversa da quella di un organismo umano.

La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un oggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati…

Mario Soldati

Il vino è un mezzo. Il vino parla.

Attraverso il vino abbiamo il riflesso della nostra mente. E non solo per una questione alcolica, sebbene l’alcol ricopra un ruolo risolutivo nell’espressione e nella comprensione del liquido stesso.

La bellezza del vino è nelle contemporanee inafferrabilità e concretezza.

Per questo motivo il linguaggio col quale lo descriviamo assume grande importanza, a patto che rimanga una questione fortemente soggettiva e che non passi in mente a nessuno di immaginare un modello descrittivo.

La libertà di associazione è il primo passo per coltivare un linguaggio.

Il vino parla attraverso di noi. Si tratta del suo idioma e non proprio di come noi lo trasformiamo attraverso una lettura analitica. La libertà di associazione aiuta a comprendere la relazione che si stabilisce tra il vino e la sensorialità di ciascuno. La libertà di associazione nasce con noi, è insita nelle facoltà intellettuali e di sentimento. È corretto parlare d’intelletto del cuore. Il vino tocca sistemi del nostro organismo nei quali i confini tra razionalità ed emotività sono molto labili. La nostra capacità di sentire non si misura col riconoscimento, quello è un utile virtuosismo per tenere vivo e vigile il sistema con cui riceviamo un segnale e lo mettiamo in contatto con la memoria, è un allenamento. Poi, scatta il sentimento, ed è qui che nasce la necessità di un’educazione sentimentale verso soggetti e materie vive, come il vino, che richiedono una disciplina al sentimento. La disciplina al sentimento passa attraverso l’“abbandono” del vino, abbiamo bisogno di aprirci a noi stessi, capire se vogliamo, fino in fondo, trasformarci in esseri sensibili. Perché allora il vino? Perché la sua varietà e il potenziale di segnali che sa donare. Perché entra nel nostro organismo sotto forma di alimento fisiologico e si trasforma in alimento spirituale, un nutrimento dello spirito.

Educare e educarsi col vino e al vino è comporre un viaggio senza meta, è vivere se stessi, essere il docente e il discente nello stesso momento, in una reciprocità che si basa su un unico principio: l’onestà verso se stessi, verso il proprio gusto (sentimento composito), senza il timore di scoprire parti di sé imprevedibili, inaspettate, spiazzanti, inimmaginabili e scomode (da accettare).

Oggi i pochissimi contadini rimasti sono contadini per scelta chiara e determinata, direi quasi militante. Siano contadini di ritorno o lo siano perché nati sul luogo. Nel mio caso sono un cuoco/oste che predilige gli uomini di ritorno.,e ne difende intimamente le scelte,cercando con il proprio mestiere di bottega di santificarne il gesto.

Non sono nato in campagna e non sono figlio di contadini. La genesi della mia scelta si perde però molto indietro, nelle nebbie dell’infanzia o forse ancora prima, chissà.

Sto parlando quindi di motivazioni che non sono né intellettuali né razionali ma intuitive. L’uomo non può trovare la sua profonda essenza intrappolato fra muri, mattoni, cemento e asfalto. Quello che troverà lì saranno soltanto logoranti palliativi.

L’uomo ha invece bisogno di cielo, di vento, di neve, di sole, di profumi, terra e piante. Ha bisogno di rapportarsi con la pianta.

“Che tu possa vivere per sempre di cielo, vento, neve, sole, profumi, terra e piante.”

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